ci sono delle volte che è il tempo dei simboli. delle volte in cui le parole non sono solo parole. in cui la retorica fa accadere le cose. ad obama tutti riconoscono una straordinaria capacità di ispirazione. ha il coraggio di dire hope, come solo il papa nel mondo. ha la forza di mettere una faccia (quasi) nera a rendere (ancora) (di nuovo) credibile il sogno americano. ha l’audacia di dire, come chiaramente nell’ultima settimana, che la sua ambizione è cambiare l’america e cambiare il mondo. quale altro politico, nel mondo, dice qualcosa del genere, oggi, senza che gli si rida dietro?
non sappiamo, ancora, se vincerà o no, se hope batte clinton’s machine.
e sappiamo che le parole delle campagne elettorali hanno bisogno di fatica quando diventano vincenti.
la campagna elettorale, però, non è solo uno scambio di promesse e di annusamenti. è costruzione di fiducia, attivazione di partecipazione, stimolo all’immaginazione del futuro, allargamento del possibile (il possibile, un possibile credibile, era anche l’asse di posizionamento di sarkozy).
e allora le parole diventano più importanti dei fatti, la prospettiva più dell’esperienza, il futuro più del passato. fanno scattare qualcosa, rendono più facile immaginare e lottare per il nuovo, crederci, rimboccarsi le maniche.
ecco perché obama è un simbolo, ecco perché non è una meteora che svanisce presto. ecco perché avrei votato, in modo convinto e appassionato come forse mai, obama.
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“We are the ones we have been waiting for.” – dal discorso di commento al bigtuesday
l possibile diventa credibile.
Ecco la chiave per condividere un’idea di futuro, una prospettiva. Eco la chiave vincent i una campagna elettorale.
Thank you Obama to show me the (personal? professional?9 way!
me too!!