unfinished cathedral of democracy

torniamo sulla messa di ieri mattina. chi mi conosce sa che sono la cosa più lontana dalla religione. non credo, sono scettico, dubbioso, convintamente relativista, non ho nemmeno il fulgore quasi mistico degli anticlericali.

ma la funzione di ieri è stata qualcosa di spettacolare, ed emozionante, anche per me. nessuna crisi mistica, don’t worry, ma finalmente ho trovato quello che già a gennaio avevo cercato (di capire).

intanto tutta la prima parte è di gospel – un coro di oltre cento persone – eccitazione, balletti e scenette dei ragazzi delle classi più giovani, insieme ad un gruppo di donne più adulte. un mini spettacolo – simil musical – nello spettacolo. e già basterebbe.

in più c’è senso di comunità, ci si prende per mano, al momento della preghiera (no mani giunte individualmente), si risponde spontaneamente yes, e spontaneamente ci si alza, si balla, ci si abbraccia, si porgono le mani al cielo.

il tutto con almeno 2000 persone ad ascoltare e partecipare. e ad ascoltare anche l’invito a registrarsi al voto, possibile ogni domenica direttamente in chiesa fino al 4 ottobre.

poi arriva il pastore, che non è più wright, e non per colpa dei problemi politici durante le primarie, ma il rev. otis moss III. inizia piano, con un primo intervento che ricorda il momento storico della settimana, la nomination di un afro-americano alla candidatura per la presidenza (senza mai nominare direttamente obama). poi rivolge un pensiero a new orleans, con la preoccupazione per gustav e la commozione ancora viva per katrina. this time, ci tiene a precisare, il governo sembra preaparato. this time!

poi, dopo ancora cori, riprende la parola. e parte con un sermone che unisce senza paura e senza ambiguità di parte intimità del messaggio personale e forza collettiva di quello politico (ancora senza mai riferimenti espiciti, ma con poca possibilità di non cogliere). un appello contro l’individualismo, contro le discriminazioni per l’apparenza e l’episodicità delle condizioni temporanee, alla ricerca di un’umanità che fa ritrovare tutti vicini. e che impedisce di tenere per sè le cose positive. you can’t keep for yourself. e come lo spiega? raccontando di aver rivisto qualche tempo prima, in occasione dell’uscita del nuovo film, un vecchio indiana jones, con il figlio e la famiglia. tutti l’avevano già visto, ma il bambino non riusciva, ad ogni passaggio del film, a non partecipare la sua esperienza, a dire ora succede questo, ora succede quello. esperienza comune, quotidiana, come legame con valori, mistici e religiosi o non (ricorda anche lakoff, l’uso dell’esperienza come metafora, o forse è lakoff che riprende le parabole).

mi è parso, in fondo, lo stesso messaggio di obama giovedì, anche se con più rabbia, molta di più, più energia (per farvi un’idea date un’occhiata qua e in giro per gli altri video) molta più black rivendicazione e liberazione.

la cosa poi, al di là dei misticismi, che mi ha colpito, è la grande attenzione alle parole, a come tutto il discorso nasca da una riflessione sulla traduzione – “leper” (lebbroso) o “a men with leprocy” – che lo porta, appunto a distinguere tra condizione (che divide) e umanità (che unisce) di ciascuno. un’attenzione alle parole che, anche questa, riporta ad obama.

non ho reso, lo so, non potevo rendere. se vi capita di essere a chicago una domenica andateci. che crediate o no, ne vale la pena.

  • agosto: 2017
    L M M G V S D
    « Set    
     123456
    78910111213
    14151617181920
    21222324252627
    28293031