post lungo, scusate

eccomi a roma, faccio ancora un po’ finta di non esserci, e guardo la cnn. qualche considerazione da lontano.

1. sarah palin: il discorso alla convention mi è piaciuto – e non si dubitava sulla competenza degli speech writers di bush. storia personale che ben si adatta alla durezza delle posizioni, conservatrici quanto basta per eccitare la base repubblicana. aborto, armi, famiglia. la versione femminile del padre severo di lakoff, lahockey mum, anche (auto)detta pitbull mother (trovo geniale – e mi spaventa – che una candidata dica che la differenza tra una hockey mum, come lei, ed un pitbull è “lipstick!”). ha avuto le prime pagine per una settimana, prima alla ricerca di chi fosse, poi di commento alle notizie, vere o finte, che uscivano, poi per il discorso. è giovane, nuova, donna, armata (socia dell’american rifle association e con fucile in mano nei primi spot), exciting, ma il tutto mi sembra un po’ troppo (perfettamente) mediatico: le informazioni che escono un po’ alla volta (perchè non annunciare subito la gravidanza della figlia ed aspettare i gossip?), una famiglia ideale, giù dai ghiacci, per lo spettacolo televisivo-politico: figlio down a 44 anni, figlio grande che sta per partire per l’iraq, figlia diciassettenne incinta, sebbene prossima alle nozze con un povero ragazzetto alaskese, convocato d’urgenza sul palco di st paul. roba da sceneggiatori di west wing, se si fosse dovuta scrivere una storia, chi avrebbe saputo fare meglio? mi viene, però, da chiedermi cosa succederà se, con mccain, perde. si troverà ancora esaltata dal partito o la scarteranno per tornare alla sfida politica tra i govenatori e senatori più giovani e innovativi? insomma inizierà davvero quel dopo bush che mi pare difficilmente preveda palin e che la campagna ha finora reso impossibile? insomma palin rischia di essere presa per innovazione e trovarsi bolla mediatica.

2. john mccain: ho visto il discorso (con attenzione) a pezzi, niente di memorabile, s’è detto volutamente per riportare sobrietà dopo palin e giuliani e huckabee… ma c’è qualcosa di personalmente poco forte nel messaggio di cambiamento che mccain ha scelto, accettando il piano di campagna di obama. è vero che ha cercato di recuperare la sua immagine di maverick, ma, semplicemente, ha 72 anni e, anche visto insieme a palin e giovane famiglia, faceva la parte del nonno. e rischia di essere lui stesso fagocitato dal pitbull mediatico.

3. obama: sparito per la settimana di st paul, la settimana di mccain e soprattutto di palin, scegliendo – mi pare si possa dire correttamente – di non attaccare palin, concentrandosi cmq su mccain e continuando con un piano di attacco politico. di trattare come affari di famiglia le vicende che hanno attratto l’attenzione mediatica, “children are off limits” ha detto, evitando di montare ancora di più il personaggio palin, riportando alla politica il discorso, compreso quello del cambiamento. lavorato poi, come al solito, su email e contatto diretto con i propri sostenitori, rispondendo, lì si, ed anche attaccando i repubblicani. e raccogliendo nuovi record di finanziamento dopo la convention rep. e riprendendo il cammino su change e you (rep convention, ha detto in un evento di questi giorni, ha parlato molto di mccain (e palin), molto di me, ma per niente di voi, delle proposte per l’america)(si ribaltano le parti, con lui che era quello accusato di avere vaghezza di idee).

4. biden: confermo che non mi entusiasma, certo anni luce indietro rispetto a bagliori di palin, ma lui non deve portare voti nuovi ad obama, ma evitare che ne perda, che un pezzo di working class bianca e democratica, magari sostenitrice dell’esperienza di hillary, possa stare a casa o andare dai rep. copre le spalle, non molto di più. e sarà interessante (e dovrà essere bravo) il faccia a faccia tv con palin.

5. clintons: detto il mio amore tardivo per bill, hillary non si capisce ancora che vuole fare. voleva essere vp o solo essere nella short list? vuole fare il governatore di new york o avere un ruolo nazionale? spera davvero nella prossima volta? intanto rifiuta di attaccare palin sui temi femminili, in fondo giustamente. mi chiedo però, ancora, come possano donne che sostenevano la clinton passare a palin, che con hillary non condivide nulla, solo perchè donna. la signora seduta accanto a me in aereo condivideva, ma aveva anche il dubbio che possa succedere.

6. change: alla fine tutti vogliono il change. se lakoff ha ragione vince obama, è il frame che lui ha imposto. che ha costruito, su cui ha lavorato per gli ultimi 4 anni. è un messaggio di cambiamento, ovviamente reso facile dopo 8 anni di bush, con larga parte del paese che condivide l’enough che obama ha dichiarato con forza a denver (e che ad esempio è bastato a convincere anche uno come michael moore). un messaggio fatto di economia, jobs, health care, war. futuro contro passato, può dire obama. potrebbe dirlo palin, non può mccain. il loro change è, primo, annacquato dall’essere candidati del partito incumbent (cambiamento nella continuità, il problema che si trovano tutti quelli che affrontano una campagna come candidati nuovi della stessa parte che governava – veltroni caso recente…). secondo change torna ad essere una parola, non un messaggio pieno e costruito. change come to washington and not from washington, dice obama. ma palin è stata chiamata da washington, e mccain è fin troppo esperto.si annunciano change, ma non hanno un messaggio nuovo, rivendicanto una storia eroica o, palin, posizioni bushiane. mentre il change di obama è stato costruito poco a poco, speech dopo speech, creando in giro per l’america e online una nuova comunità politica (il nuovo partito democratico che, come molti hanno notato, si vedeva, anche antropologiamente, a denver). il change ha battuto l’experience di hillary. il change è stato rilevato ready to lead.

7. victory: a me pare tutto porti a mettere ancora al centro obama. vince o perde lui. ha una più larga fascia di elettori eccitati e attivi, ha più margini di crescita tra i tiepidi nelle risposte ai sondaggi (gli indecisi o giù di lì): i democrats for hillary, la working class bianca, gli indipendents, quelli stanchi di bush, chi vuole cambiare. se la scelta è sul change, lui è change. e alla fine vince o perde per una cosa semplice, quella che fa sì che il suo change sia credibile – perchè lui l’ha realizzato e lo impersona – e quella che crea ancora scetticismo (nonostante lo stupore chi, sulla cnn, si chiede: are there americans, are there cristians who can do that?), quella che non è mai stata tema strategico di campagna: vince o perde perchè è nero.

ps: 8. media italiani: semplicemente presentano un racconto che non c’entra niente con quello in corso accessibile attraverso i media americani – dal grande broadcasting ai blog, dai quotidiani tradizionali alle novità come the politico – o guardando direttamente la campagna. a chi credere fate voi, ma come è possibile?

that’s politics

mentre su cnn live parla palin, ritorno su ieri. diario intanto, poi commento più a freddo.

seguendo i consigli l’arrivo a mezzogiorno ci permette di fare solo un’ora di attesa, che le porte aprivano all’una ed entrare nello stadio ancora vuoto: “you’re the 4th people getting into this section” mi accoglie il volontario che controlla l’ingresso. si riempirà poco a poco, totalmente solo per obama.

nel pomeriggio non succede gran che, al gore, si, e richardson – anche più applaudito dell’ex vp – e will.i.am che fa in diretta yes we can, e sheryl crow e il canddiato al senato di denver e altri che solo saltuariamente distraggono gli spettatori dallo sfogliare riviste o vagare in tondo per gli anelli esterni dello stadio. o daL fare giri e giri di ola, tanto per montare ancora un po’ l’eccitazione. e grida, urletti, che se ogni tanto non gridano magari pensano di essere morti – avevo un’amica che dormiva sempre con una lucetta accesa, per poter essere sicura, se si sveglaiva di notte, di non essere morta.

il pomeriggio passa mangiando – nachos, pollo fritto, popcorn, hamburger, hotdog e salsicce broncos, panini con carne e formaggio, noccioline e quant’altro schifo possibile … con file lunghissime nell’ora prima di obama – e comprando gadget – un banchetto ogni dieci metri, ma solo ufficiali, quindi tutti con le stesse cose.

c’è il sole, ed è una giornata di festa. niente a che vedere con l’atmosfera dei congressi italiani, simile in parte alle vecchie feste dell’unità, ma prima che diventassero un baraccone solo commerciale.

le facce, gli abiti, le magliette personalizzate, i cappelli, le spillette, mai solo una, le età, i colori, immaginate quanto di più variegato vi viene in mente, e sarà ancora poco. sembriamo piccoli, simili, attaccati a differenze minime che producono identità massime, mentre qui la diversità è la ricchezza di tutti.

la tecnologia, poi. ovviamente cellulari e digitali in mano per tutti, per immortalare istanti, per dire in diretta ci sono anch’io, per rispondere alle chiamate dello staff obamiano. il capo campagna del colorado esce ad un certo punto e chiede a tutti di mandare un sms ad un numero, una mappa interattiva segnala on line – e su maxischermo – gli sms che arrivano da ogni parte degli states, e il colorado deve fare bella figura (tornerà dopo un paio d’ore annunciando oltre 30.000 messaggi … vero o falso, l’importante è dar seguito…). sullo schermo, modello mtv, appaiono anche i perchè obama inviati da i sostenitori, e le città o gli stati con i nomi di chi sta guardando da casa. simulacri di partecipazione, accando alla partecipazione live.

cartelli e bandiere, ancora, distribuiti dai volontari ogni tanto, man mano che lo stadio si riempie. cartelli semplici, change, e stelleestrisce dappertutto – l’avevo anch’io, sventolata un po’, poi rimasta lì, mente cartelli e bandiere si portano a casa!

e i volontari, poi. ce ne sono ad ogni ingresso, ce ne sono che vendono gadget, ce ne sono che distrubuiscono cartelli, ce ne sono che danno informazioni, ce ne sono che controllano, ad ogni cestino, che si gettino in modo giusto le cose riciclabili e quelle no, ce ne sono e lavorano e sono sorridenti, e alla fine anche loro vogliono entrare – e qualcuno cede – a sentire obama.

poi obama. ormai è sera, luci accese, flash come ad un concerto, d’improvviso cala il silenzio. qualcosa di mistico, anche se perso, o accentuato, da 85mile persone. smettono i balli, smettono le urla, si ascolta, e si applaude ed esulta, ovviamente, ma tutti insieme, a boati periodici – talvolta anche controtempo rispetto al ritmo del discorso.

poi i fuochi d’artificio, intorno a me saltano per il colpo, che non se li aspettavano, ed è il delirio.

l’uscita, in massa, un fiume che cammina ordinato, sorridendo, felice. that’s politics. può essere la politica.

(sul discorso ancora un po’ di attesa, che ora faccio la valigia e vado in aeroporto)

la campagna è inizata

ed eccoci a casa dopo questo lungo giovedì. piccole anticipazioni, poi torno domani sulla giornata. una giornata un cui il popolo democratico ha mangiato, comprato gadget, fatto foto e filmati, preso il sole e l’ombra, ascoltato musica e parole, mandato sms e visto fuochi d’artificio.

ma obama, perchè è di obama che si deve parlare. della promessa americana da ritrovare, di un leader pronto, che quella promessa l’ha vissuta, e vuole farla vivere. che guarda al futuro, e chiede agli americani di seguirlo. meno hope e più change, change con dettagli, change per vincere una sfida che inizia oggi.

bella giornata, bel discorso. i was there. lo dico oggi, ma conta se potrò dirlo il 5 novembre. potrò dirlo? io dico di si.

domani – mio – per qualcosa di più. intanto si va a dormire, con l’eco lieto del discorso. guardatelo, se non l’avete fatto live.

the day

sto per uscire. obama parla dopo le 8, ma qua suggeriscono di arrivare per pranzo (il free shuttle va dalle 11 alle 2). si annuncia giornatona.

per l’occasione maglietta d’ordinanza (una delle migliaia disponibili).

notevole il pass, eh?

get a pepsi!

ad un certo puto uno ci prova. il cartello che ha funzionato non era questo,

ma uno che diceva “we have HOPE but not credentials!” è arrivato a noi dopo aver fatto entrare una decina di persone, e l’abbiamo a nostra volta passato. qualcuno che andava via, è stato gentile.

quindi dentro, appena prima di clinton (quello vero), anche se posti a sedere erano full e qua sulle scale non si sta, quindi entrato nella hall solo verso la fine. ma divertente. nell’attesa monitor e nachos di una pesantezza notevole.

sicurezza seria ma non oppressiva, casino, entusiasmo, facce di ogni tipo, gara al più assurdo e spillettato, solito assalto ai cartelli.

conteggio

è in corso il conteggio dei delegati. ogni stato dichiara quanti voti per clinton e quanti per “the next president” (dicono tutti) obama. una formalità, ma non so se è il miglior modo per dare quel segnale di unità che i cartelli unity di ieri annunciavano e che tutti si chiedono se sia vera.

update: infatti il rapprentante del new hampshire, dove unity – dice – è più che una parola (è il paesetto dove i pochissimi elettori si divisero alla pari tra i due), dichiara di seguire l’invito di ieri di hillary e dà tutti i 30 voti a obama.

  • aprile: 2017
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